MINIERE DELLA VAL DI MENGO

CERVAROLO

 

Il periodo natalizio sembrava il migliore per trovare un po’ di tempo e cercare queste miniere “cervarolesi” ma non avevo previsto il ghiaccio, forse la neve , ma non il ghiaccio...
E’ cosi che a 5. Stefano, tarda mattinata, raggiungo il bar del Mario a Cervarolo e che ottengo dal lui e da altri avventori alcune informazioni utili su come raggiungere queste miniere.
Mi dicono che una squadra di probabili geologi si sono accampati per due giorni in tenda alla ricerca delle miniere un mese fa, ma che non le hanno trovate.
Vengo a sapere anche che nessuno di Cervarolo è al corrente esattamente di quanto siano profonde perché ci hanno lavorato una squadra di minatori di Bannio, al contrario di altre miniere come quelle della Res dove le informazioni ci sono giunte anche dai minatori locali.
Capirò in seguito perché nessuno si è mai inoltrato in questa miniera anche per sola curiosità. Nel pomeriggio parto pensando ad una piacevole e rilassante passeggiata per smaltire gli eccessi natalizi ma dopo un’oretta di cammino mi accordo che non è proprio così semplice raggiungere l’Alpe Valdimengo in inverno, questo perché la mulattiera un tempo comoda è franata in diversi tratti ed occorre attraversare il torrente della “bagnola” sui sassi gelati.
Per questo motivo e per non rovinarmi le festività natalizie decido di ritornare sui miei passi, prima che finisca come 10 anni fa, che per una banale scivolata sul ghiaccio proprio qui a Cervarolo, ho trascorso la notte di S. Stefano in ospedale con una spalla lussata.
Telefono a Paolo Veziaga, uno degli accompagnatori del Grim e il giorno dopo con lui e Mattia saliamo verso l’A. Valdimengo.
Partiamo da Cervarolo alle 10,40 qualche metro più a monte della stradina che lascia la comunale carrozzabile per Villa superiore e che entra nel paese verso le vecchie scuole elementari della frazione. Taro l’altimetro a 715 mt.
La macchina resta a bordo strada e imbocchiamo la stradina che costeggia parallelamente la carrozzabile succitata sino al Sassello dove troviamo una traccia che porta in basso su un ponte di legno e una in alto verso un ponticello di cemento.
Prendiamo quella in alto verso il ponticello di cemento perché quella in basso ci farebbe scendere e risalire con notevole perdita di tempo.
Dopo una ventina di minuti di cammino arriviamo alla Cappella del Prè mt. , un piccolo alpeggio con qualche baita coperta e cinque minuti dopo al nuovo ponticello in ferro che attraversa la Bagnola.
La roccia dall’altra sponda è tutta gelata e tutti capiscono perché il giorno prima ho optato per una ritirata strategica...
Ci inoltriamo nella valle seguendo il lato destro della “Bagnola” sino ad un punto dove il torrente si biforca.
Da sinistra arriva un torrente dalla Massa e a destra quello dalla Valdimengo.
Seguiamo il torrente di destra e sempre sul lato destro sino a quando, poco sopra, dobbiamo risalire il fianco destro della montagna per qualche decina di metri e fare un traverso esposto sulla roccia gelata per potere riguadagnare il sentiero che sotto di noi è crollato obbligandoci a questa variante. Arriviamo nei pressi di una bellissima “lama” e dei resti di un ponte crollato.
Questo è il primo dei quattro attraversamenti.
Attraversiamo la Bagnola sui sassi gelati con difficoltà e proseguiamo sul lato sinistro del “cròs” per qualche minuto e circa un centinaio di metri per poi attraversare ancora e tornare sul lato destro, sempre nei pressi di un altro ponte crollato, ritornando così sulla traccia originale ancora ben marcata.
Poco dopo ancora un attraversamento e sempre nei pressi di un ponte crollato ci obbliga a tornare sul lato sinistro, lasciamo delle baite ancora con copertura alla nostra destra e proseguiamo sino a quando siamo per l’ultima volta obbligati a riattraversare e tornare sul lato destro del torrente in un alpeggio, in piano segnato come Alpe Martino a 781 mt e abbiamo camminato quasi un’ora dalla partenza.
Il sentiero comincia a salire sino a raggiungere gli 820 metri circa dove sotto di noi, tra il sentiero e il torrente che ormai resta lontano alla nostra destra, ci sono i ruderi di una vecchia costruzione che chiamavano “la fabbrica” dove veniva mondato il minerale della miniera.
Il sentiero in questo punto svolta deciso a destra, scorgiamo il canale costruito a mano con i sassi che portava l’acqua dalla cascata di fronte a noi sino alla “fabbrica”.
Seguiamo il sentiero per un tratto ancora verso le baite della Valdimengo e poi prendiamo la cresta alla nostra destra per iniziare la ricerca.
Sarà dalla cresta che, durante il pranzo consumato al freddo e velocemente, scorgiamo l’entrata della miniera di fronte a noi.
Ovviamente il modo migliore di raggiungerla non è fare il nostro percorso di ricerca ma molto più semplicemente, quando il sentiero svolta a destra e la fabbrica e sotto di noi alla sinistra ed in faccia abbiamo una bella cascata con due lame, occorre continuare il sentiero ben marcato per altri cento metri circa, 5 minuti di cammino su falsopiano, sino a quando, sulla destra seguendo la bussola a Sud Ovest scorgiamo due panettoni di roccia.
Tra i due panettoni si trovano le entrate, in realtà i due buchi sono assaggi di pochi metri e uno o meglio due segnano l’entrata vera e propria della miniera a 895 mt. circa.
Subito sotto si scorgono i resti di scivoli e piazzole per il trasporto e raccolta del minerale.
In realtà secondo noi si tratta di una spaccatura naturale che parte tra i cucuzzoli e scendo per circa 40 metri, tra i due panettoni ci sono le due entrate orizzontali, una posta sopra l’altra che si incontrano dopo una decina di metri e che portano verso questo camino naturale.
Scopriremo che il camino sbuca proprio appena sotto il cucuzzolo roccioso di uno dei due panettom.
Di fatto all’interno si scorgono ancora i molti travi piazzati e che probabilmente servivano per formare delle impalcature che consentivano ai minatori di raggiungere il livello più basso di questa spaccatura naturale, da dove parte probabilmente lo scavo minerario che solo questa primavera proveremo ad individuare con l’aiuto degli Speleo del Cai Varallo.
Infatti la spaccatura molto stretta si estende per circa 50 metri, sui lati ci sono degli scavi che entrano in orizzontale ma sembrano assaggi.
La spaccatura scende in verticale su terreno franoso e roccie instabili almeno per 40 metri. Sul fondo intravediamo, con la potente pila, un muretto che va da una parte all’altra della spaccatura. Ovviamente è un muretto fatto dall’uomo ma dall’aria poco stabile come tutti i travi ancora esistenti.
All’interno scorgiamo dei cristalli bellissimi sulla roccia colore verde turchese e delle macchie di ossido di ferro.
Lanciamo qualche sasso che impiega parecchi secondi a raggiungere il fondo e quando lo raggiunge produce un rumore sordo e molto sinistro... .a un certo punto udiamo un rumore strano, un verso, qualcosa di molto cupo e pensiamo di non approfondire.
Così io e Mattia usciamo dal buco velocemente e fuori c’è anche Paolo, che era uscito a prendere la macchina fotografica, il quale ci chiede chi abbia fatto questo strano e cupo versaccio....
Era la conferma che non avevamo sognato e preferiamo non sapere cosa fosse!
Giriamo i tacchi e torniamo a casa, gli approfondimenti agli speleologi questa primavera.
Uccio, Mattia e Paolo.