sentiero dei camosci
Segnavia C.A.I. 578
21 Giugno
Ritrovo al parcheggio dello Splendid Park Hotel alle ore 7.
Raggiungiamo la località Gula e alle 8 iniziamo “l’arrampicata” su per il sentiero dei Camosci. Siamo in vetta, con 1100m di dislivello nelle gambe, alle 11:40.
Dopo esserci fermati una mezz’oretta e aver mangiato raggiungiamo San Gottardo alle 13:30.
Questo è in poche parole il riassunto di quanto alcuni coraggiosi ragazzi del Grim(purtroppo mancava il “grande capo” Uccio assente per motivi di lavoro, ma ci ha seguiti dal satellite) insieme ai veterani del gruppo Camosci hanno intrapreso domenica 21 giugno. Ma sono sicuro che le poche righe qui sopra stampate, il lato formale di questa grandiosa gita, sono di quanto meno interessante vi possa essere per chi vuole realmente conoscere cosa hanno vissuto 19 Grimmini/oni e quasi altrettanti “Camosci”.
Se quindi non vi ho già annoiato proverò a raccontarvelo, anche se, come scrisse Dante, non sempre le parole riescono a rendere quanto l’animo prova.
Devo ammettere che in un primo momento mi sono spaventato nel vedere quello stretto sentiero inerpicarsi in modo così vertiginoso tra felci e arbusti e perdersi, dopo pochi “zig-zag”, tra la boscaglia, ma confidando nelle mie capacità l’ho imboccato con il sorriso sulle labbra.
Non avevo ancora idea di cosa stavo per affrontare!
Mi sono infatti e presto accorto che la preoccupazione che mi avevano colto pochi istanti prima non era affatto infondata, ma soprattutto che le mie capacità e forze non sarebbero state forse sufficienti.
Il sentiero, scomodo, saliva in maniera impressionante e non dava, se non fermandosi, modo di riposarsi. Quasi sempre era necessario servirsi delle mani, facendo presa su rocce, rami e persino erba, mentre si era investiti da un arietta fredda e tagliente o, per usare un espressione di Vittorio, che “tempera le ossa”.
Credo che la maggior parte dei presenti abbiano almeno una volta pensato a cosa avrebbero fatto in quel momento se non fossero stati lì , accidenti a chi o che cosa li aveva spinti a lanciarsi in quella impresa e invidiato coloro che a quell’ora erano assopiti sotto le lenzuola di un comodo e accogliente letto.
Ma è proprio nelle difficoltà e nella fatica che ci si accorge di quanto sia importante l’amicizia e il gruppo ed è sempre in queste circostanze che ci si rende conto di quante energie può disporre effettivamente il nostro fisico.
Questa sorta di sentiero-parete è durata ininterrottamente per circa due ore e un quarto fino a che la boscaglia ha lasciato spazio a un prato scosceso disseminato di splendidi e folti rododendri in fiore e l’ombra del sottobosco a un sole accecante ma ancora non caldo, mentre alla nostra sinistra si apriva come d’incanto una spettacolare vista sulle montagne di Cervatto e Fobello dalle cui vette spuntavano, come intimidite dalla nostra presenza, alcune cime del Monte Rosa.
La fatica delle precedenti due ore stava già iniziando a premiarci, ma non potevamo nemmeno immaginarci cosa la montagna aveva ancora in serbo per noi.
Ce ne rendemmo conto di lì a un quarto d’ora quando raggiungemmo la cresta in questa giornata tersa. Alla nostra sinistra quelle appena accennate cime del Monte Rosa avevano preso la loro forma consueta e ora insieme, nella loro grandezza e imponenza, dominavano indisturbate sulla valle sottostante.
A destra una quantità illimitata di montagnole verdeggianti si susseguivano una dietro l’altra fino a che, in lontananza, si arrendevano alla pianura, la quale, incontrastata, raggiungeva l’orizzonte indefinito per fondersi con il cielo.
Tre quarti d’ora dopo avevamo raggiunto la meta, la punta del Kaval!
Il panorama non era molto differente dal quello che mi si aprì davanti agli occhi giunto in cresta, ma provai,come penso tutti, una sensazione differente. Mi sentii appagato, soddisfatto, provai un senso di pienezza e completezza; avevo raggiunto la meta della giornata, avevo vinto una sfida e se da una parte ho sudato e faticato, dall’altra ho riso, scherzato, ho ammirato un paesaggio incantato e ho provato sensazioni immensamente più belle di quelle che si provano nel dormire fino alle 11 di mattina o nel passare l’intera giornata in un centro commerciale o davanti la tv.
In vetta siamo rimasti circa mezz’ora, abbiamo mangiato le caramelle e il cioccolato del Vezi, fatto fotografie (quelle di Kevin scompariranno misteriosamente dalla macchina a fine giornata…) e preso il sole che ora, alto e caldo in un cielo azzurrissimo, cominciava a farsi sentire.
La discesa è stata piuttosto rapida e proprio per questo faticosa, dato il dislivello, ma soprattutto divertente per le continue scivolate che a quasi tutti noi ogni tanto capitava di dover fare, in particolare a un certo Mattia che è persino finito con l’intera gamba dentro ad un torrente gelato.
Abbiamo raggiunto San Gottardo dopo un ora e mezza di discesa, sudati, affamati , orticati, ma felici.
NB: 578 è la numerazione del sentiero dei Camosci.
Giulio Brentazzoli
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